A che punto è il dibattito sull’acqua pubblica?

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L’accesso all’acqua è un diritto umano universale, da garantire eliminando ogni speculazione: lo dicono una gran quantità di documenti internazionali, ma anche una certa consapevolezza socio-culturale, ormai ben radicata, secondo la quale l’acqua è, prima di tutto, bene comune.

Eppure il dibattito nazionale in merito alla gestione del servizio idrico sembra vivere una nuova fase di stallo.

Perfino dopo essere stato riaperto lo scorso settembre dal premier Giuseppe Conte che, nel corso delle dichiarazioni programmatiche dell’esecutivo, si era espresso chiaramente sull’argomento: “La tutela dei beni comuni è un valore essenziale, che dobbiamo adoperarci per presidiare a tutti i livelli. Intendiamo approvare in tempi celeri una legge sull’acqua pubblica, completando l’iter legislativo in corso”.

Già, ma quale iter legislativo? Andiamo con ordine.

Ieri

Il 12 e il 13 giugno 2011 l’Italia è stata chiamata alle urne per stabilire le sorti del servizio idrico nazionale. Il 54% degli elettori si era in quell’occasione schierato a favore dell’acqua come bene comune, bloccando le leggi che proponevano di fatto la sua privatizzazione.

Il vuoto normativo che ne conseguì lasciò sostanzialmente inespresse le procedure da seguire per l’affidamento del servizio idrico e per il calcolo delle tariffe, e alcune amministrazioni decisero – non senza suscitare polemiche – di prolungare gli affidamenti alle aziende che già gestivano il servizio.

A quel referendum si era giunti partendo da una potente iniziativa civica risalente a quattro anni primi e promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. Nato nel 2006 per riunire tutti i comitati territoriali, le organizzazioni e le associazioni interessate a battersi per una gestione pubblica delle acque, il Forum era riuscito nel suo intento ottenendo oltre 400.000 firme. Il referendum, purtroppo, restò lettera morta.

Oggi

Proprio sulla base del consenso riscosso da quella iniziativa, ha visto la luce la proposta di legge avanzata dal Movimento 5 Stelle, in particolare dalla deputata Federica Daga, “Disposizioni in materia di gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque”.

Una proposta che è ancora in corso di esame, ma che contiene passaggi molto importanti anche a proposito del mercato delle acque minerali. L’idea è infatti quella di mettere ordine nel sistema delle concessioni, aumentando i canoni e scoraggiando l’uso delle bottiglie di plastica e dei contenitori usa e getta.

La legge Daga prevede inoltre:

  • il riconoscimento del servizio idrico integrato quale servizio pubblico privo di rilevanza economica da sottrarre alle leggi di mercato;
  • una gestione partecipata dell’acqua;
  • la definizione di un bilancio idrico per ogni territorio su cui strutturare la gestione dell’acqua al fine di garantire il rispetto dei cicli naturali e dei reali fabbisogni;
    il superamento in tempi certi delle gestioni tramite società di diritto privato.

Domani

Cosa accadrebbe se la legge venisse approvata?

L’obiettivo della proposta è essenzialmente quello di impedire che dalla gestione dell’acqua si possa ricavare un qualsiasi tipo di profitto, affinché ogni euro uscito dalla tasche dei cittadini venga subito reinvestito nel miglioramento del servizio.

La più grande opera utile – si leggeva nel contratto stipulato fra M5S e Lega all’inizio del precedente governo – è restituire ai cittadini una rete di infrastrutture idriche degne di questo nome”.

Ma al di là delle parole contano i fatti e allo stato attuale tutti i governi che si sono succeduti hanno solo cercato di giustificare in vario modo le loro politiche privatizzatrici, per esempio sostenendo che i costi per il risanamento del servizio idrico nazionale sarebbero eccessivi per lo Stato.

La verità è che, a questo punto, dovremmo probabilmente iniziare ad interrogarci non solo sui costi ma anche sugli enormi vantaggi di una nuova e rinnovata rete idrica: i benefici, infatti, non coinvolgerebbero solo gli individui ma anche le aziende.

Con il passaggio alla gestione pubblica dell’acqua le bollette sarebbe più facilmente comprensibili e leggere e aumenterebbero gli investimenti perché gli utili, anziché essere divisi tra i gestori privati, sarebbero utilizzati per sistemare le condutture (eliminando, per esempio, i tubi di amianto ancora presenti).

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